Dopo la tragedia che ha colpito Borgorose con la morte di un ragazzo di appena 17 anni, una cittadina ha deciso di scrivere una lettera aperta indirizzata al sindaco Mariano Calisse, all’amministrazione comunale e alle istituzioni del territorio. Un appello forte, accorato, che invita a non archiviare il dolore nel silenzio e a riflettere sul disagio giovanile, sulla solitudine degli adolescenti e sulla mancanza di spazi e punti di riferimento per i ragazzi.
Al Sindaco di Borgorose, Mariano Calisse,
all’Amministrazione Comunale
e alle istituzioni del territorio
La tragedia che ha colpito il nostro paese in questi giorni, con la morte di un ragazzo di appena 17 anni, ha lasciato tutti senza parole.
Davanti a un dolore così grande non esistono spiegazioni semplici, né frasi che possano davvero consolare. Ma esiste una responsabilità collettiva: quella di non voltarsi dall’altra parte.
Questa lettera non vuole cercare colpevoli né alimentare polemiche. Vuole però chiedere che il disagio dei nostri ragazzi venga finalmente affrontato in modo concreto, serio e continuativo, senza che il silenzio torni a coprire tutto appena passeranno questi giorni.
Viviamo in un piccolo Comune dove le opportunità per gli adolescenti sono sempre meno. Oggi i bar sono diventati quasi gli unici luoghi di ritrovo. Mancano spazi sani di aggregazione, luoghi dove incontrarsi senza sentirsi giudicati, dove poter studiare, fare musica, organizzare attività o semplicemente stare insieme.
Molti anni fa esistevano centri di aggregazione giovanile che rappresentavano un punto di riferimento importante. Non erano luoghi “politici”, ma luoghi umani. Posti dove era difficile sentirsi completamente soli, perché c’era sempre qualcuno con cui parlare o condividere il tempo.
Forse oggi bisognerebbe ripartire proprio da questo.
Servirebbe il coraggio di investire davvero nei giovani: creare uno spazio dedicato a loro, accessibile e vivo, coinvolgendo associazioni, educatori e persone competenti. Un luogo dove i ragazzi possano sentirsi accolti e parte di una comunità.
Ma serve anche altro.
Serve iniziare a parlare seriamente di salute mentale e disagio adolescenziale. A scuola esiste la figura dello psicologo, ma sappiamo bene quanto sia difficile, per un ragazzo, chiedere aiuto da solo.
Per questo sarebbe importante organizzare incontri collettivi con specialisti, momenti di confronto aperti ai ragazzi e anche alle famiglie. Non soltanto dopo una tragedia, ma come presenza costante sul territorio.
In questo momento, soprattutto, tanti giovani hanno bisogno di essere accompagnati nell’elaborare un dolore enorme che li ha colpiti profondamente. Perché certe ferite non si superano semplicemente andando avanti come se nulla fosse.
Io appartengo a quelle persone che hanno scelto di restare qui, di costruire qui la propria famiglia, nonostante molti decidano di andarsene. Ma da madre non nascondo la paura di vedere i nostri figli crescere in un luogo sempre più povero di occasioni, ascolto e speranza.
Forse dovremmo tutti chiederci una cosa molto semplice: i nostri ragazzi si sentono davvero ascoltati? Si sentono parte di una comunità? Oppure stanno imparando troppo presto cosa significa sentirsi soli?
Un paese non si misura solo dai lavori pubblici o dagli eventi che organizza, ma dalla capacità di prendersi cura dei propri giovani.
E oggi più che mai, i nostri ragazzi hanno bisogno di sentire che gli adulti ci sono davvero.
Una cittadina








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