Per sei giorni, tra vicoli in pietra, ulivi e tavole apparecchiate, Toffia parlerà anche giapponese. Dal 16 al 21 maggio il borgo sabino ospiterà una delegazione proveniente da Ishigaki, isola della Prefettura di Okinawa, in un incontro che promette di andare oltre il semplice gemellaggio istituzionale per trasformarsi in un’esperienza di comunità, scambio e partecipazione reale. Non è la classica operazione folkloristica costruita per qualche fotografia di rito e due strette di mano davanti ai gonfaloni. O almeno, questa sembra essere l’ambizione degli organizzatori. A Toffia si sta preparando un’accoglienza diffusa, quasi domestica, fatta di persone, associazioni, laboratori, cucina condivisa e curiosità reciproca.
L’amministrazione comunale guidata dal sindaco Danilo Pezzotti, insieme alle realtà associative e ai cittadini del paese, si è mobilitata per offrire agli ospiti giapponesi una vera immersione nella cultura sabina. Perché il cuore del progetto è proprio questo: mostrare un’Italia diversa da quella da cartolina veloce e congestionata, proponendo invece il valore dei ritmi lenti, delle relazioni e delle esperienze autentiche. Toffia, membro dell’Associazione Nazionale Città dell’Olio, farà dell’olio e della cultura del cibo uno dei linguaggi principali dell’incontro. Fettuccine, fregnacce, pane casareccio e prodotti del territorio dialogheranno con le preparazioni tradizionali giapponesi in una contaminazione continua di sapori e gesti quotidiani. Alla fine, le culture si capiscono spesso più facilmente attorno a una tavola che dentro un convegno. Anche se i convegni, naturalmente, non mancheranno.
Nel programma sono previsti infatti incontri culturali, laboratori artigianali, concerti, sessioni di yoga e approfondimenti sul tema dell’olio con il convegno “Toffia città dell’olio”. Spazio anche al cha no yu, la tradizionale cerimonia del tè giapponese, rito antico e spirituale che verrà condiviso con il pubblico del borgo. L’obiettivo dichiarato è costruire un ponte ideale tra la Sabina e il Giappone, trasformando il territorio in una destinazione capace di attrarre un turismo lento, esperienziale e culturale. Una sfida ambiziosa per un piccolo borgo, certo. Ma forse sono proprio i paesi più piccoli a capire ancora il valore dell’ospitalità come gesto umano e non come slogan da brochure.








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