Festival dei Popoli Italici, Rieti alza il livello: arriva il Ministro Giuli e un cartellone che guarda lontano

(di Giulia Testa) Non è il solito festival. O, almeno, non prova ad esserlo. Rieti, dall’8 al 10 maggio, ospiterà il Festival dei Popoli Italici e ad aprirlo sarà il ministro della Cultura Alessandro Giuli. È il segnale più evidente della scala a cui l’evento prova a collocarsi: non una rassegna di contorno, ma un appuntamento che cerca legittimazione nazionale. Un confronto sulle radici dell’Italia antica che mette insieme politica culturale, ricerca scientifica e divulgazione. Dietro al festival c’è una regia precisa, che tiene insieme istituzioni e visione progettuale. Il Comune di Rieti, con il sindaco Daniele Sinibaldi e l’assessore alla Cultura Letizia Rosati, affianca la Fondazione Varrone, presieduta da Mauro Trilli, alleanza istituzionale che prova a riportare Rieti dentro una geografia culturale più ampia. A guidare l’impianto è Federico Fioravanti, ideatore e direttore della manifestazione, già creatore del Festival del Medioevo. È da questo equilibrio tra istituzioni e progettazione che nasce un evento capace di attrarre anche l’attenzione del livello nazionale.

E, per una volta, il programma regge questa ambizione. Nel cartellone compaiono figure come Andrea Carandini, tra i protagonisti degli studi sulle origini di Roma, Filippo Coarelli, riferimento imprescindibile per la topografia dell’Urbs, e Giusto Traina, storico di respiro internazionale. Accanto a loro, Adriano La Regina, figura centrale dell’archeologia italiana. Non nomi decorativi, ma un programma che accosta studiosi di prima fascia e occasioni pensate per un pubblico non specialistico. Il cuore del festival sarà la Sala Polivalente del Museo Archeologico, dove si concentreranno le lezioni d’autore, mentre le serate al Teatro Flavio Vespasiano allargheranno il raggio della manifestazione per un pubblico più ampio.

Il percorso delle tre giornate è costruito con una logica chiara. Venerdì si parte dalle origini: il territorio reatino, il lago di Cotilia, le prime forme di insediamento e i miti fondativi. Qui il racconto si muove tra archeologia e identità, fino alla dimensione simbolica della nascita di Roma. Sabato il focus si allarga. Entrano in scena i popoli italici: Equi, Sanniti, Sabini, Marsi, Piceni. Non come elenco scolastico, ma come sistema di culture, pratiche e paesaggi. È il giorno più denso, quello che sottrae i popoli italici alla semplificazione scolastica e rompe l’idea di un’Italia antica uniforme. Domenica si chiude con il passaggio decisivo: da un mosaico di popoli alla costruzione di Roma. Lezioni su Latini, Etruschi e Magna Grecia accompagnano il tema della formazione politica e culturale, fino alle grandi trasformazioni che porteranno all’età romana.

Dentro questo impianto, i nomi trovano il loro spazio naturale: Carandini quando si parla delle origini di Roma, Coarelli nel rapporto tra spazio e potere, Traina nelle dinamiche politiche e militari. Accanto ai nomi principali, lavorano studiosi e ricercatori radicati nel territorio che danno concretezza al racconto. Non mancano aperture più ampie, pensate per un pubblico non specialistico: dalle serate al Teatro Flavio Vespasiano con Stefano Mancuso e Dario Fabbri ai tavoli didattici dedicati alla vita quotidiana nel mondo romano. Il punto, però, resta uno. Un festival non si misura solo dai nomi che ospita, ma dalla capacità di trasformarli in esperienza condivisa. Il livello, questa volta, c’è davvero. E i nomi contano, ma contano ancora di più quando costringono una città a guardarsi con maggiore ambizione.

Foto: Museo Civico ©

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