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“COME IL NERO NEGLI SCACCHI”: PAOLO FOSSO PORTA AL FLAVIO LA PSICOANALISI / LA RECENSIONE

(di Sabrina Vecchi) Eravamo seduti sui velluti scarlatti del Teatro Flavio Vespasiano, ma idealmente ognuno di noi ha avuto la sensazione di essere sdraiato sul lettino dell’analista. È stato questo lo stato d’animo dello spettatore ieri sera, durante la messa in scena di “Come il nero negli scacchi”, scritto e interpretato da Paolo Fosso con la collaborazione di ARTeM e ATCL e finanziato dal meccanismo del crowdfunding. Scenografia essenziale, o meglio quasi assente eccezion fatta per un leggio ed una scrivania, qualche piccolo intervallo musicato, quinte nere ed occhio di bue fisso sul primo ed unico attore, in tenuta classica da monologhista in pantaloni neri e camicia bianca arrotolata fino al gomito. È in questo scenario che Fosso ci ha tenuti incollati alla poltrona – o al lettino che dir si voglia -, attraverso un ininterrotto monologo incentrato sul tema dell’ansia, quella che va dalla paura al senso di colpa, dal semplice timore quotidiano di aver dimenticato qualcosa fino a toccare le corde più profonde di un’inquietudine radicata nell’infanzia, nei ricordi, nella famiglia, nei rapporti sentimentali, pur sempre principalmente legata alla sensibilità spesso molto sottile dell’individuo che in casi estremi finisce per restarne totalmente sopraffatto. Paolo Fosso rischia molto portando sul palcoscenico un tema indiscutibilmente difficile da trattare, sconosciuto ed oscuro ai più, per alcuni addirittura vergognoso ed imbarazzante come la psicoanalisi. Eppur ne esce uno spettacolo davvero ben riuscito, in grado di suscitare pathos emotivo ma anche grande ilarità in sala, senza tuttavia mai cadere nella trappola di far trascendere nel ridicolo né tema né il personaggio, in cui lo spettatore inevitabilmente finisce per identificarsi diventandone man mano il primo sostenitore, e quindi sostenitore di se stesso. È evidente che dietro il testo di Fosso si nasconde uno studio accurato ed una conoscenza specifica dei meccanismi propri della terapia psicanalitica, in continua evoluzione dai tempi di Freud ad oggi oltre che ovviamente adeguata ai tempi, ai ritmi ed alle fobie dei nostri giorni. A tale studio preventivo sull’argomento trattato si aggiunge una recitazione partecipata e partecipativa, scandita da tempi sempre giusti e da una respirazione tecnica palesemente curata del dettaglio, considerato il testo sempre molto incalzante ed a tratti privo di pause. Pubblico entusiasta, stando ai ripetuti applausi a scena aperta, e sicuramente un ottimo spunto e molti strumenti acquisiti per attuare un’utile riflessione sulla propria personalità da attuare benissimo anche sul proprio divano, nel caso non si abbia quello di uno psicoterapeuta a disposizione. Foto (archivio): RietiLife ©

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