Nel cuore dell’Appennino coltivare non è mai una passeggiata. Qui si lavora con margini stretti, clima severo e logistica complicata. Ma quando alla fatica della terra si aggiunge quella della burocrazia, il rischio è che a pagare siano direttamente i raccolti. A lanciare l’allarme sono Fragoleinquota e l’azienda agricola Scialanga, realtà inserite in una rete d’impresa che oggi si trova con un problema molto concreto: senza un adeguamento della potenza elettrica, gli impianti di irrigazione non possono funzionare.
La questione è tecnica ma con conseguenze molto pratiche. Le pompe idriche che alimentano i campi hanno bisogno di più potenza rispetto a quella attualmente disponibile. Senza quel salto di fornitura, l’acqua non arriva con continuità alle colture. E in agricoltura, soprattutto in piena stagione, i tempi non sono una variabile negoziabile.
«Senza corrente sufficiente le pompe non lavorano come dovrebbero e le colture entrano rapidamente in sofferenza», è il senso della denuncia degli imprenditori. Tradotto: mesi di investimenti e programmazione rischiano di essere compromessi in pochi giorni.
Secondo quanto riferito dalle aziende, l’iter per l’aumento di potenza si sarebbe trasformato in un percorso a ostacoli. In un primo momento il gestore elettrico avrebbe prospettato soluzioni rapide, anche temporanee, per garantire almeno l’irrigazione minima. Poi però la situazione avrebbe cambiato direzione più volte, con almeno tre revisioni operative nella gestione della pratica: interventi programmati e poi saltati, indicazioni non sempre coerenti e continui rinvii.
Un quadro che gli imprenditori definiscono di “cortocircuito organizzativo”, proprio nel momento in cui i campi avrebbero avuto più bisogno di certezze. Nel mirino c’è la gestione locale della pratica da parte di Enel accusata di essersi affidata a una struttura burocratica percepita come lenta e poco flessibile rispetto all’urgenza del caso.
Le aziende parlano di solleciti ripetuti e richieste rimaste senza una risposta operativa in tempi utili. Il punto non è la complessità della procedura in sé, ma la sua incompatibilità con i ritmi dell’agricoltura. Per chi gestisce grandi reti infrastrutturali, una pratica può essere una delle tante. Per chi coltiva la terra, invece, è spesso una questione di sopravvivenza economica.
Il caso riaccende il tema delle aree interne, dove ogni ritardo pesa di più. In territori come quello di Amatrice, già segnati da fragilità strutturali e ricostruzioni difficili, anche un blocco tecnico può trasformarsi in un problema sociale. La richiesta delle aziende è chiara: niente scorciatoie, ma tempi compatibili con le esigenze reali di chi lavora la terra. E soprattutto una gestione meno farraginosa delle urgenze agricole.
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