Nucleo Industriale tra rischio desertificazione e nuovo modello di sviluppo – L’EDITORIALE DI LUIGI SPAGHETTI

Quanto sta accadendo in questi giorni all’Aartee e ai suoi venti lavoratori finiti in mezzo alla strada senza ammortizzatori sociali a causa del fallimento dell’azienda presente da 40 anni, offre lo spunto per parlare della crisi industriale a Rieti. E soprattutto capire se esistono le condizioni per lavorare su un nuovo modello di sviluppo del Nucleo industriale che sta rischiando la desertificazione.

Un fenomeno di lungo periodo che continua, come abbiamo visto, ad avere effetti significativi sull’occupazione e sul tessuto produttivo locale.

Per questo motivo vale la pena ricordare alcuni aspetti importanti. Il Reatino è stato riconosciuto dal governo come area di crisi industriale complessa nel 2011, a causa delle difficoltà del settore elettronico e della componentistica per telecomunicazioni, storicamente molto importante per l’economia locale. Da allora sono stati avviati programmi di riconversione e incentivi agli investimenti per favorire la reindustrializzazione che però non ha prodotto gli effetti auspicati.

Non solo: negli ultimi anni diverse aziende hanno attraversato gravi difficoltà, con ricorso alla cassa integrazione e riduzioni di personale. Le vertenze Bdtronic, IMR, Aartee, ex Solar e Tubi Spa sono forse le più importanti e significative.

Tutto questo, naturalmente, ha portato sindacati e istituzioni locali ad esprimere forte preoccupazione per la perdita di posti di lavoro e per la difficoltà di attrarre nuove attività produttive in grado di sostituire quelle in crisi. Alcuni casi, come quello di Bdtronic, hanno poi sollevato timori di ulteriore deindustrializzazione dell’area.

In altre parole, il nucleo industriale tra Rieti e Cittaducale soffre da decenni per la chiusura di grandi stabilimenti, la riduzione degli investimenti e la crescente difficoltà nel mantenere una base manifatturiera competitiva. E tutto questo – dati alla mano – a causa della chiusura o ridimensionamento di grandi imprese storiche. Diversi i motivi: debolezza degli investimenti privati, dipendenza da pochi settori industriali, concorrenza internazionale. Oltre, ovviamente, alle difficoltà infrastrutturali e logistiche rispetto ad altre aree del Centro-Nord.

Ora, gli effetti della crisi industriale a Rieti hanno inciso pesantemente su occupazione e dinamica demografica. In particolare la crisi del comparto elettronico e delle telecomunicazioni (Texas, Ritel, Telettra), che rappresentava uno dei pilastri dell’economia reatina, ha provocato negli anni la perdita di migliaia posti di lavoro diretti e nell’indotto. Di cui ancora oggi si sentono gli effetti.

Molti di quei lavoratori espulsi dal settore manifatturiero hanno incontrato difficoltà di ricollocazione, tanto che i programmi di riconversione industriale hanno previsto specificamente misure per il reimpiego dei disoccupati, la formazione professionale e incentivi alle nuove assunzioni.

La diminuzione dell’occupazione industriale ha ovviamente avuto come conseguenza effetti a catena sul commercio, sui servizi e sulle attività dell’indotto locale, riducendo la capacità di spesa delle famiglie e la vitalità economica del territorio. Tant’è che la provincia è tra le ultime in Italia per sviluppo industriale e dagli anni ’80 c’è stata una continua de-industrializzazione.

A far capire bene la situazione sono però come sempre i numeri: oltre 7.500 persone ricevono sussidi di disoccupazione mentre sono circa 1.600 lavoratori in cassa integrazione spesso vissuta come “anticamera della disoccupazione”. Questo significa che molte persone perdono il lavoro, oppure restano sospese senza certezze e quindi impossibilitate a pianificare un futuro. Oggi sono 500 le maestranze che ancora rischiano il posto di lavoro.

Ed proprio la riduzione delle opportunità lavorative a favorire l’emigrazione di molti giovani verso aree con maggiori prospettive occupazionali, in particolare verso Roma e altre grandi città. Il Reatino soffre di un progressivo invecchiamento della popolazione: quando i giovani qualificati lasciano il territorio per studio o lavoro, diminuisce la quota di popolazione in età lavorativa e aumenta il peso degli anziani.

Inoltre lo spopolamento di molti Comuni della provincia – soprattutto nelle aree interne – è collegato anche alla debolezza del tessuto produttivo. Meno lavoro significa meno attrattività per nuove famiglie, minori investimenti e una domanda più debole di servizi pubblici e privati.

Per questo i programmi di rilancio di Rieti non devono puntare soltanto a salvare aziende esistenti, ma anche ad attrarre nuove imprese in altri settori con l’obiettivo di ricostruire una base occupazionale stabile magari caratterizzandosi.

Infatti, il nucleo industriale reatino è l’unico nel Lazio a non avere una sua specificità: a Roma si punta su aerospazio e hi-tech, a Frosinone sull’automotive, a Latina esiste un polo farmaceutico e a Viterbo quello della ceramica. Per questo è importante sapere cosa si intenda fare per rilanciare il nucleo industriale per evitare che si trasformi lentamente in un anonimo polo commerciale (come sta avvenendo) o peggio in un reperto di archeologia post moderna visti i tanti capannoni dismessi.

Servono idee concrete e una visione magari approfittando della presenza dell’università per avviare percorsi sinergici con alcune industrie locali o valorizzare le peculiarità del territorio o, vista l’attualità, puntare sulle rinnovabili.

La mancanza di infrastrutture e di collegamenti idonei non può continuare ad essere una scusante. Del resto il nucleo industriale ha conosciuto il suo massimo splendore tra gli anni 70 e 80 quando Rieti era ancora più isolata di adesso. Ma allora, rispetto ad oggi, la differenza l’ha fatta la politica e i rappresentanti reatini nelle istituzioni a vari livelli. Politici bravi non solo a intercettare risorse importanti ma anche a metterle a terra e soprattutto a capire le reali esigenze del territorio.

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