Il “Giudizio Universale” di Rieti: il restauro è completo. Ecco come è ora | TUTTE LE FOTO

Foto: Gianluca VANNICELLI ©

(di Cristian Cocuccioni) In pochi lo sanno, ma anche Rieti custodisce il suo personale “Giudizio Universale”. Un’opera monumentale, realizzata tra il 1552 e il 1554 dai fratelli Lorenzo e Bartolomeo Torresani, che da secoli domina le pareti dell’Oratorio di San Pietro Martire. Un capolavoro nascosto, conosciuto da pochi e rimasto per lungo tempo lontano dagli occhi dei cittadini, che oggi torna finalmente a splendere grazie a un imponente intervento di restauro durato sei anni.

Da ora il ciclo pittorico potrà essere nuovamente ammirato da reatini e visitatori grazie a un percorso di valorizzazione affidato ad Archeoares, che gestirà aperture e prenotazioni. Il recupero è stato reso possibile da un finanziamento di 500 mila euro della Presidenza del Consiglio dei Ministri attraverso i fondi dell’otto per mille Irpef a diretta gestione statale.

La presentazione del restauro, definito da più parti come uno degli interventi culturali più importanti e attesi degli ultimi anni per la città, si è svolta il 12 giugno nella caserma Verdirosi. Per il Giudizio Universale dei Torresani si tratta del secondo restauro della sua storia: il primo venne eseguito oltre un secolo fa dal pittore e restauratore reatino Giuseppe Colarieti Tosti. Quello appena concluso è stato invece un intervento molto più complesso, che ha consentito di salvare l’opera da una situazione critica, segnata da infiltrazioni d’acqua, umidità e progressivi distacchi della pellicola pittorica.

«Non possono rimanere celate opere d’arte di questo valore – ha dichiarato il comandante della Scuola Interforze per la Difesa NBC, generale Giorgio Guariglia –. Trattandosi di beni pubblici devono essere goduti dal maggior numero possibile di persone, anche se si trovano all’interno di una caserma».

Grande soddisfazione è stata espressa dal sindaco di Rieti, Daniele Sinibaldi: «È stato un lavoro deciso e portato avanti per anni grazie alla collaborazione di tutte le istituzioni coinvolte. Non è stato restaurato soltanto un dipinto, ma è stato compiuto un lavoro meticoloso su un capolavoro pochissimo conosciuto perché quasi mai fruibile. È importante che questa restituzione alla città avvenga proprio nel 2026, anno che vogliamo sia quello del riscatto di Rieti. Con L’Aquila Capitale Italiana della Cultura vogliamo raccontare una storia e costruire qualcosa che rimanga nel tempo».

La soprintendente ABAP per l’area metropolitana di Roma e la provincia di Rieti, Lisa Lambusier, ha definito quello appena concluso «uno dei restauri più attesi della città». «È un intervento che testimonia il ruolo della Soprintendenza nella tutela e nella valorizzazione del patrimonio culturale. Il degrado era molto avanzato e l’umidità rappresentava una minaccia concreta. Oggi possiamo restituire quest’opera alla collettività e fermare un processo che rischiava di comprometterla definitivamente».

«Possiamo dire che oggi prende davvero forma il Museo Diffuso. Quello presentato è un intervento storico, frutto di un lungo lavoro di squadra e di una grande attenzione alla tutela del nostro patrimonio» ha dichiarato l’assessore alla Cultura del Comune di Rieti, Letizia Rosati. «Sono profondamente grata a tutti coloro che hanno contribuito a questo risultato. Ora si apre una nuova fase, altrettanto importante: quella della valorizzazione e della piena fruizione dell’opera da parte della città e dei visitatori. Entro il mese di luglio completeremo il percorso del Museo Diffuso, chiudendo simbolicamente il cerchio di un progetto strategico per la cultura reatina».

Particolarmente emozionato il responsabile unico del progetto e direttore dei lavori, Giuseppe Cassio, che prima ha ripercorso la storia e l’attività artistica dei fratelli Torresani. «Dopo sei anni di lavoro è una grande emozione essere qui. Questo complesso restaurato diventerà il fiore all’occhiello della città».

Ad entrare nel dettaglio degli aspetti tecnici è stata la progettista e direttrice operativa Monica Sabatini, che ha evidenziato come lo stato conservativo fosse «pessimo», soprattutto a causa delle infiltrazioni d’acqua legate alla particolare conformazione dell’edificio, costruito sullo sperone di travertino su cui sorge il centro storico di Rieti. Un problema strutturale che ha accompagnato tutto il percorso di recupero.

Tommaso Sensini, dell’impresa aretina Studio Tre incaricata dei lavori, ha infine illustrato nel dettaglio le operazioni eseguite per arrestare il degrado e recuperare la leggibilità dell’opera, riportando alla luce colori, dettagli e particolari rimasti nascosti per decenni.

Sei anni di lavoro, competenze diverse e una collaborazione tra istituzioni, tecnici e restauratori hanno così restituito alla città uno dei suoi tesori più preziosi. Un capolavoro del Cinquecento che, dopo essere rimasto per secoli quasi invisibile, è pronto a diventare uno dei simboli culturali di Rieti.

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