Caregiver familiari: tra annunci e realtà, la denuncia del divario tra diritti proclamati e vita quotidiana

Una lettera aperta che è insieme testimonianza e atto d’accusa, quella diffusa da una madre, caregiver familiare e cittadina, che riporta al centro il tema del riconoscimento del lavoro di cura e delle condizioni in cui vivono migliaia di famiglie.

Rivolgendosi a istituzioni, politica e stampa, la donna descrive un quadro fatto di annunci, riforme promesse e tavoli istituzionali che, nella pratica quotidiana, non si traducono in un reale sostegno. “Il caregiver familiare continua a essere raccontato come una figura da valorizzare, ma nella pratica resta una figura sfruttata, invisibile e lasciata sola”, scrive nella lettera.

Al centro della denuncia c’è il divario tra riconoscimento formale e realtà vissuta: notti senza sonno, assistenza continua, burocrazia e impossibilità, spesso, di mantenere un’attività lavorativa stabile. “Chi è caregiver non lo è per scelta”, sottolinea, evidenziando come il peso della cura ricada interamente sulle famiglie.

La lettera critica inoltre i criteri adottati per il riconoscimento della figura, in particolare la soglia delle 91 ore settimanali di assistenza. “La vera vergogna è il tipo di valore che è stato dato a questo lavoro”, si legge, contestando un sistema che, secondo la testimonianza, non rispecchia la complessità delle situazioni reali.

Un passaggio netto riguarda anche le politiche regionali, con riferimento al Lazio. La madre denuncia ritardi, risposte mancanti e misure giudicate inaccessibili: “I diritti vengono raccontati, ma non si vedono. Le misure vengono annunciate, ma non entrano nelle case”. Criticata anche la struttura di alcuni bandi per la non autosufficienza, che richiederebbero alle famiglie di anticipare spese che non sono in grado di sostenere.

Nel testo non manca una forte riflessione sul sistema di welfare, definito “debole, intermittente e frammentato”, e sulla distanza tra narrazione istituzionale e bisogni reali. “Siamo noi a sostituire servizi assenti, assistenza insufficiente e interventi tardivi”, denuncia la lettera.

Ampio spazio anche al ruolo dell’informazione e della politica, accusate di dare visibilità ai temi della disabilità solo in modo episodico o simbolico. “Troppo spesso la stampa racconta il momento della passerella, ma non racconta ciò che viene dopo”, si legge ancora.

La conclusione è una richiesta di ascolto e cambiamento: “Chiediamo che il caregiver familiare venga riconosciuto davvero, non simbolicamente. Chiediamo un welfare vero, stabile, continuativo. Chiediamo che il dolore e la fatica delle famiglie non vengano più umiliati da misure insufficienti”.

Una lettera dura, diretta, che riporta al centro una domanda semplice ma centrale: quanto vale davvero il lavoro di cura che ogni giorno tiene in piedi una parte invisibile del sistema sociale.

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