Benin: Casa Famiglia Shalom, dove la solidarietà diventa “Un’Isola Felice”

Mentre il mondo corre veloce, esiste un angolo di terra a Lokossa, in Benin, dove il tempo si misura in sorrisi ritrovati e passi verso il futuro. È la Casa Famiglia Shalom, un progetto nato dal cuore e dedicato alla memoria di Riccardo e Ruggero, i figli di Floriana, scomparsi prematuramente. Anche quest’anno, un gruppo di volontari reatini ha sfidato le incertezze geopolitiche per portare aiuti, speranza e una testimonianza d’amore concreta.

Il viaggio non è stato privo di incertezze. Inizialmente programmata per gennaio, la partenza è slittata al 10 marzo su consiglio della Farnesina a causa di un colpo di stato prontamente domato. Come ricorda l’autrice Eleonora Mazzone nel suo racconto: “Pur essendo una repubblica, il Benin ha una democrazia fragile e sottoposta a molti mali, quali l’autoritarismo, le tensioni e le insicurezze dovute alla minaccia Jihadista.” Nonostante le difficoltà, il 12 marzo 2026 i volontari (Floriana, Maria Assunta, Flavia, Suada e Mario) sono finalmente atterrati a Cotonou, pronti a riabbracciare i “loro” bambini.

La Casa Famiglia Shalom non è solo un rifugio, ma un vero e proprio trampolino di lancio per la vita. Qui, i ragazzi che altrove non avrebbero speranza, trovano la chiave per il proprio domani: l’istruzione. “Questi sono ragazzi privilegiati,” dice Floriana, “imparano a scrivere e leggere e molti continuano gli studi al liceo, uno dei Nostri frequenta l’università.”
Ma le sfide restano enormi, soprattutto sul fronte sanitario. Oltre ai doni e alla gioia, i volontari hanno consegnato medicinali vitali, accolti con gratitudine mista a una richiesta d’aiuto silenziosa ma potente. Il medico della clinica locale è stato chiaro: “Abbiamo molto da lavorare perché qui, oltre a tanti problemi c’è la malaria che ancora si diffonde rapidamente.”

La bellezza della Casa Shalom risiede nel contrasto con la realtà circostante, dove la povertà è assoluta. Quest’anno, i volontari hanno contribuito a livellare un campo sterrato, ricoprendolo di sabbia bianca per permettere ai bambini di giocare a calcio, la loro grande passione.

L’impegno si estende anche all’autosufficienza. Accanto alla casa per i ragazzi, è stata completata una struttura gemella per ospitare le bambine, e un’area boschiva è stata trasformata in un orto didattico. Grazie ai semi portati dall’Italia, i giovani imparano a coltivare ortaggi, un gesto simbolico e pratico per “seminare” il proprio sostentamento.

Ciò che più colpisce di questo viaggio è la capacità dei bambini di apprezzare l’essenziale, una lezione di vita per l’opulento Occidente.
“Noi italiani non siamo più abituati a vedere un bambino gioire per una maglietta sportiva o un paio di quaderni. Eppure questi bambini apprezzano molto ciò che hanno, ricambiando l’affetto con un’esuberante vitalità gioiosa.”

I dieci giorni di permanenza sono volati via veloci, concludendosi con una festa d’addio carica di commozione. La separazione è difficile, ma resta la certezza che la Casa Famiglia Shalom continuerà a essere, come suggerisce il titolo del racconto, un’isola felice e un porto sicuro per chi sogna un domani migliore.
Foto: RietiLife IA ©

 

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