C’è un paradosso doloroso che attraversa i corridoi degli ospedali del Lazio. È il paradosso di chi accoglie, prenota e rassicura il cittadino, ma vive sulla propria pelle l’invisibilità di un fantasma contrattuale. Parliamo dei lavoratori dei Cup e ReCup, oltre 1.500 persone in tutta la Regione (di cui 50 solo a Rieti) che da vent’anni garantiscono il funzionamento della sanità pubblica pur essendo considerati, nei fatti, “accessori di inventario”.
La denuncia che arriva dai Cobas Lavoro Privato è un grido di dignità contro un sistema di appalti al massimo ribasso che svilisce la professionalità. Nelle gare pubbliche, il personale viene troppo spesso inserito in un elenco indistinto tra “stampanti, toner, PC e totem”.
“Siamo considerati dalla Regione Lazio come pallet di materiale,” spiegano i rappresentanti sindacali. “Un miscuglio in cui le persone finiscono per valere quanto gli oggetti. È un criterio assurdo: il valore umano, che da oltre due decenni è il primo punto di contatto tra cittadino e sanità, nei contratti d’appalto vale praticamente zero.”
Il cuore della protesta risiede in una disparità di trattamento che rasenta l’irrealtà. Due colleghi, seduti alla stessa scrivania, possono avere tutele diametralmente opposte. Chi è assunto da una SPA gode di buoni pasto e malattia pagata; chi è sotto cooperativa sociale si ritrova con salari da fame e permessi ridotti, magari per un lutto familiare.
A Rieti, la situazione tocca picchi di criticità estrema. Molti operatori convivono con contratti part-time da 15 o 20 ore settimanali, inquadramenti al 2° o 3° livello (nonostante le sentenze dei giudici del lavoro indichino il 4° come minimo dignitoso) e l’obbligo di spostarsi tra presidi distanti anche 60 km, come nel caso di Amatrice, senza ricevere alcun rimborso spese.
Domenico Teramo, dei Cobas Lavoro Privato, non usa giri di parole per descrivere l’attuale fase di stallo:”L’imminente cambio appalto previsto per il 1° aprile deve essere lo spartiacque. Non possiamo più accettare che la politica si volti dall’altra parte. La mancata risposta delle istituzioni dopo lo sciopero del 18 novembre non è neutralità, è complicità. Chiediamo l’apertura immediata di un tavolo con la ASL e il Sindaco di Rieti: la stabilizzazione non è solo una questione di diritti dei lavoratori, ma l’unico modo per sanare la piaga del ‘lavoro povero’ che sta infettando la sanità pubblica”. Richieste chiare da sindacati e lavoratori anche sul fronte dell’intenalizzazione, cioè di fatto della presa in carico da parte del sistema sanitario regionale tramite le Asl del Cup e dei suoi lavoratori che garantirebbe un miglior servizio e anche più tutele per gli operatori.
La vertenza resta aperta e il clima è teso. La richiesta è chiara: superare la logica degli “appalti di manodopera” per restituire dignità a chi, da vent’anni, è il pilastro invisibile del servizio sanitario. La Regione Lazio è chiamata a decidere se continuare a gestire persone come “materiale di consumo” o se iniziare finalmente a investire sul valore umano.
Foto RietiLife ©








Rieti Life L'informazione della tua città





