(di Giulia Testa) La paura di amare non è solo un sentimento privato. Può diventare una condizione esistenziale, una lente attraverso cui leggere il mondo e sé stessi. È da questa frattura interiore che prende forma “Philofobia”, romanzo d’esordio di Isabella Sindaco, autrice che oggi vive a Rieti. Il libro si muove nel territorio del romanzo psicologico con elementi memoriali e di denuncia sociale. Al centro c’è Maeva, protagonista segnata da un trauma infantile che continua a riverberare nella costruzione della propria identità adulta. La paura del legame diventa così paura della vulnerabilità, mentre la memoria si trasforma in uno spazio da attraversare più volte, tra regressioni e tentativi di ricomposizione.
La narrazione alterna presente e ricordo, inserendosi in una cornice terapeutica che guida il lettore dentro una formazione “negativa”: non il percorso lineare verso la maturità, ma la lenta presa di coscienza di una ferita. In questo senso la scrittura assume una funzione salvifica, quasi necessaria. Raccontare diventa il primo gesto di sopravvivenza. Tra i passaggi più intensi emerge il rapporto con il padre, centro emotivo e simbolico del romanzo. Il ricordo della barretta di cioccolato lasciata sul comodino restituisce con semplicità la potenza delle immagini infantili, capaci di attivare una partecipazione immediata. È proprio qui che la scrittura si fa più raccolta, emotiva e immersiva, spesso più vicina alla testimonianza che alla costruzione romanzesca tradizionale.
“Philofobia” affronta anche temi complessi come la colpa interiorizzata, la dimensione ambivalente della religione e le forme di violenza istituzionale e sociale. Il risultato è una storia che non cerca consolazioni facili, ma insiste sulla verità di una ferita che continua a parlare nel tempo. Perché, più che raccontare la paura dell’amore, il romanzo di Isabella Sindaco racconta la possibilità – fragile e necessaria – di tornare a respirare.








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