Cup e ReCup, lavoratori in attesa: “Ora servono atti concreti”

A una settimana dal grido d’allarme lanciato dai lavoratori dei Cup e ReCup del Lazio, il clima resta sospeso tra attesa e preoccupazione. L’imminente cambio di appalto, inizialmente previsto per il 1° aprile e poi posticipato a maggio, dovrebbe ridisegnare l’organizzazione del servizio prenotazioni. Per oltre 1.500 operatori regionali — circa 50 solo a Rieti — rappresenta uno spartiacque decisivo. Ma, al momento, le risposte istituzionali tardano ad arrivare.

Dopo lo sciopero del 18 novembre e le richieste formali di apertura di un tavolo di confronto, i rappresentanti di Cobas Lavoro Privato denunciano l’assenza di segnali concreti da parte della Regione Lazio e della ASL di Rieti. “Non chiediamo promesse — spiegano — ma atti formali: garanzie scritte sui livelli occupazionali, sul mantenimento delle ore e sull’equiparazione contrattuale.”

Il nodo delle tutele

Il cambio di appalto, tecnicamente, dovrebbe garantire la continuità occupazionale attraverso le clausole sociali. Ma il timore dei lavoratori è che resti una tutela solo sulla carta. Il problema, infatti, non è soltanto conservare il posto, ma migliorare condizioni che da anni vengono definite “insostenibili”.

A Rieti molti operatori lavorano con part-time da 15 o 20 ore settimanali, inquadramenti al secondo o terzo livello e stipendi che faticano a superare i 500-600 euro mensili. Alcuni sono costretti a spostarsi tra presidi distanti decine di chilometri — fino ad Amatrice — senza rimborso spese. “Così si scarica il costo del servizio sulle spalle dei lavoratori”, accusano dal sindacato.

Due lavoratori, due contratti

Resta poi la disparità tra chi è assunto tramite società per azioni e chi tramite cooperativa sociale: differenze su buoni pasto, malattia retribuita, permessi e tutele familiari. Una situazione che crea fratture anche tra colleghi seduti alla stessa scrivania.

“Il cambio di appalto deve essere l’occasione per superare questa giungla contrattuale”, sostengono i rappresentanti sindacali. “Non è accettabile che chi svolge la stessa identica mansione abbia diritti diversi solo per la forma giuridica dell’azienda che ha vinto la gara.”

La questione politica

La vertenza assume ora un peso politico evidente. La gestione degli appalti sanitari ricade sulle scelte programmatiche della Regione, che negli anni ha privilegiato gare al massimo ribasso. Una logica che, secondo i lavoratori, ha finito per comprimere salari e diritti.

La richiesta è chiara: aprire immediatamente un confronto istituzionale, coinvolgendo anche il Comune di Rieti, per valutare soluzioni strutturali. Tra queste, l’ipotesi di una progressiva internalizzazione del servizio o, quantomeno, l’introduzione di criteri che valorizzino il costo del lavoro e l’esperienza maturata.

Cosa succede ora

Maggio si avvicina e il tempo delle dichiarazioni lascia spazio alla necessità di atti ufficiali. I lavoratori chiedono certezze su tre punti: adeguamento degli inquadramenti, mantenimento delle ore contrattuali e riconoscimento dei rimborsi per gli spostamenti.

“Non siamo numeri in un capitolato”, ribadiscono. “Siamo il primo volto che il cittadino incontra quando ha bisogno di cure.”

Se nelle prossime settimane non arriveranno risposte, non si escludono nuove mobilitazioni. Perché, spiegano, la battaglia non riguarda solo i diritti di chi lavora agli sportelli, ma la qualità stessa del servizio sanitario pubblico. E su questo, assicurano, non intendono arretrare.

Foto: RietiLife © 

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