Il 6 gennaio scorso, in occasione della solennità dell’Epifania, Papa Leone XIV ha chiuso ufficialmente l’ultima Porta Santa, quella della basilica di San Pietro, segnando la fine del Giubileo della Speranza aperto da Papa Francesco il 24 dicembre 2024.
Un Giubileo reso particolare anche dal passaggio tra due Pontefici: Papa Francesco, che ha indetto l’Anno Santo e scomparso nel corso del 2025, e Papa Leone XIV, che ha accompagnato il cammino conclusivo. Si è chiuso così un evento mondiale che ha portato milioni di pellegrini a Roma.
Un’opportunità straordinaria, che Rieti non è però riuscita a valorizzare come avrebbe dovuto. Nonostante la vicinanza strategica alla Capitale e la ricchezza di luoghi di fede, la città e il suo territorio è arrivata impreparata nonostante i buoni propositi a dimostrazione della mancanza di una reale programmazione a più livelli.
Luoghi spirituali come Greccio, i santuari francescani e più in generale la Valle Santa e i suoi splendidi paesaggi così come il Cammino di Francesco avrebbero potuto essere parte di una proposta integrata e attrattiva ma la sensazione – anche sulla base delle presenze turistiche di quest’anno in calo rispetto al 2024 – è che si sia persa l’ennesima occasione.
Insomma il Giubileo è passato senza lasciare traccia. Un errore già commesso nel 2000 e che si è ripetuto nonostante i proclami e le buone intenzioni ma anche il monito di alcune associazioni di categoria che avevano messo in guardia su un possibile flop senza programmazione.
Certo la mancanza di infrastrutture moderne e le carenze nei collegamenti ferroviari con Roma hanno inciso ma non tutto ovviamente può essere riconducibile a questo. Restando al Giubileo l’occasione per rifarsi arriverà presto: nel 2033 infatti ci sarà un altro Anno Santo straordinario in occasione del bimillenario della Redenzione.
Ovvero della passione, morte e risurrezione di Gesù Cristo, un evento di grande importanza spirituale e simbolica per tutta la Chiesa Cattolica, che coinvolgerà Roma e le comunità cristiane di tutto il mondo, focalizzandosi sul rinnovamento spirituale e sui valori cristiani. Un altro evento di portata storica.
Dunque avremo altri sette anni per mettere a punto una visione questa volta concreta e condivisa. Rieti, proprio per la vicinanza strategica alla Capitale e ad altri luoghi simbolo del Cristianesimo può diventare realmente un punto di riferimento del turismo religioso. Ma per farlo bisogna iniziare subito con istituzioni, diocesi, territori e operatori dell’accoglienza uniti senza disperdere idee e risorse. Il 2033 non deve trovarci ancora una volta impreparati.
Guardando al 2026 appena iniziato, oltre alle iniziative relative a San Francesco e agli otto secoli della sua morte, sarà anche l’anno che vedrà L’Aquila capitale della cultura la cui candidatura è stata sostenuta da Rieti in una sorta di gemellaggio con il capoluogo abruzzese con cui condividerà una serie di eventi.
Grazie al generoso contributo di finanziamenti pubblici, infatti, si potrà valorizzare la ricchezza culturale e ambientale che caratterizza il capoluogo e i borghi circostanti. Proporre cioè un modello di valorizzazione del territorio e del patrimonio culturale, artistico e naturale, che miri al recupero dell’identità, puntando sulla cultura come valore di crescita.
E finalmente riuscire ad accreditare Rieti come città turistica magari veicolando al meglio la promozione del territorio, valorizzando siti ed eventi e riuscendo ad attrarre più visitatori. Perché il binomio cultura e turismo costituisce un volano formidabile per lo sviluppo economico del territorio stesso.
Intanto bisogna fare i conti con la realtà che ci ha visti coinvolti marginalmente dai flussi turistici legati al Giubileo. Infatti secondo i dati presenti sulla piattaforma PayTourist – elaborati da Open Rieti – nei primi 11 mesi del 2025 le strutture ricettive del capoluogo hanno registrato circa 51 mila presenze dato che in proiezione potrebbe essere nettamente inferiore a quello dell’anno precedente.
Non solo ma anche il Museo Civico del Comune di Rieti ha registrato incassi modestissimi (a novembre di appena 350 euro), il peggiore degli ultimi tre anni nonostante l’allestimento di alcune mostre interessanti ma forse poco pubblicizzate e con la sezione Archeologica che ha funzionato a singhiozzo.
Una situazione che finisce inevitabilmente con il sollevare qualche dubbio sulla futura gestione del progetto “museo diffuso” voluto nell’ambito di L’Aquila Capitale della Cultura e su quello ben più ambizioso del Museo dei Sabini, già oggetto di importanti finanziamenti, che sorgerà nei locali della ex scuola Sacchetti-Sassetti.
Ben vengano nuovi musei e poli di aggregazione culturale in città perché rappresentano un patrimonio comune e raccontano la storia, le origini e l’identità del territorio. Allo stesso tempo, però, bisogna essere capaci anche di gestirli e, come avviene in tutte le città d’arte, che siano in grado anche di garantire profitti per l’Ente comunale che di certo non è una Onlus.








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