80° anniversario dal bombardamento del Borgo, la testimonianza del reatino Gilberto Giansanti

Oggi 6 giugno ricorre l’80° anniversario dal bombardamento del Borgo. Di seguito pubblichiano una testimonianza di quel giorno di Gilberto Giansanti, che nel 1944 aveva 10 anni ed oggi, a 90 anni, ha ripercorso quel tragico momento con RietiLife. La sua testimonanza:
6 giugno 1944 

Mi chiamo Gilberto, ho dieci anni, casa mia sta in mezzo al Borgo. Oggi è martedì e c’è un bel sole che pare già estate. Per colpa della guerra io, mio fratello Flavio, mamma e papà siamo saliti in montagna, dietro al convento di Sant’Antonio al Monte, due chilometri più su, fino a una grotta nascosta dalle frasche, coi letti fatti di paglia. Mica solo noi. Siamo in tanti. Stamattina presto, però, mamma ha detto che doveva tornare  giù a Rieti, che la farina era finita e che doveva passare pure a casa a vedere se era tutto a posto. Stai attenta Colomba, ha detto papà, che si chiama Ugo. Lei ha risposto con un bel sorriso, ma non ha detto una parola. S’è incamminata per la discesa svelta svelta, come se avesse paura di non fare in tempo. 

Anche io e mia cugina Elettra ci diamo da fare. Mi metto gli scarponcini che mi ha cucito papà, morbidi e neri, e torniamo verso i frati cappuccini, per prendere l’acqua al fontanaccio. Elettra canta. Dice che cantare fa bene contro la paura. È vero, ma non è giusto. Penso che la guerra non mi piace, non mi piacciono gli allarmi e le sirene, quando ti strattonano la notte e tu ti devi alzare che magari stavi facendo un sogno di pace e di giochi. Via, via. Di corsa, al rifugio scavato sotto la collina, che se tu lo fai tutto tutto ti porta a Fonte Cottorella. Ma è un posto così buio e freddo che io mi blocco sempre sotto l’arco d’ingresso, ché più in fondo non ci voglio andare. Allora papà, che è un omone, mi trascina dentro e non serve a niente puntare i piedi. Dice che è un posto sicuro e mi fa fare come dice lui, pure se a me fa più paura di questo cielo azzurro di oggi, pure se il pericolo arriva da là. Il fatto è che ci stanno gli aerei che danno la caccia ai tedeschi. Ma i tedeschi se ne andranno via. Hanno già messo in moto gli autocarri, tutti in fila per la ritirata. È questione di giorni, anzi di ore. Lo dicono tutti.  Dicono che a Roma dall’altro ieri sono arrivati gli americani. Roma è liberata. Roma è vicina, penso. Ma è anche per questo che è pericoloso stare a casa in questi giorni. Ieri hanno fatto esplodere il ponte sul Turano. Bisogna stare alla larga. Sono ragionamenti che rimbombano nella mia testa e fanno come un’eco dentro la conca ancora vuota che mi porto appresso. Manca poco alle nove e noi siamo davanti alla fontana. L’acqua gelata va a tutto spiano e risuona quando sbatte sul fondo di rame. Chissà che nota è, dice Elettra, che va sempre dietro alla sua curiosità. Però poi c’è un rumore potente di motori lontani. Guardiamo in alto ma ci stanno i rami di una quercia, allora ci spostiamo e andiamo verso la terrazza che guarda la città. Da quassù si vede tutta la Valle. È tutto fermo. Il nostro Borgo qui sotto, la chiesa di San Michele. Sembra un quadro. Sopra le nostre teste passa il rombo di aerei che tu pensi, eccoli, sono dei nostri, ci salveranno. Li vediamo spuntare, tutti nella stessa direzione. Metto una mano sulla fronte come uno che vuole vedere lontano. Ci chiediamo che succederà. Il tempo non c’è, per darci una risposta, perché iniziano i boati e la terra si mette a tremare e il Borgo in un attimo scompare inghiottito da una nuvola grigia. Sono le bombe che cascano, esplodono, ammazzano proprio là, tra le case e la chiesa. 

Elettra chiude gli occhi. Io li tengo aperti. Penso forte a mamma. Dove starà, adesso? Avrà fatto in tempo a ritornare? Sbrighiamoci. Al ritorno la conca la portiamo in due, che pesa tanto. Elettra il suo manico, io il mio. Facciamo il sentiero al contrario ma andiamo a strappi, ché ogni tanto io accelero più di lei. Ho fretta di tuffarmi dentro al bosco, che quello ci protegge e ci nasconde dai pericoli del cielo. Ho fretta di sapere che non è successo niente. A ogni strappo un po’ d’acqua si rovescia va per terra e mi entra dentro le scarpe e quando arriviamo davanti alle nostre case caverne ci pieghiamo col fiatone e la conca è mezza vuota.

E mamma dove sta? Non la vedo. Vedo solo papà, che è un omone. Ma poi lui si sposta e lei compare. Sta qua davanti a me, con le mani infarinate. Le metto la conca vicino ai piedi. E lei mi dice che alla fine a casa non si è fermata. Ha pensato che era meglio ritornare. Ha dato retta a papà e allora s’è salvata. Per pochi minuti, s’è salvata. 

6 giugno 2024

Mi chiamo Gilberto. Di anni ne ho 90. Dicono che me li porto bene. Sarà che mi ricordo tutto. L’altro giorno stavo in fila al supermercato e per caso, non mi ricordo perché, ho iniziato a raccontare della gioventù, del Borgo e di quelle bombe che hanno sbriciolato uno dei muri della nostra casa. Quando andammo a vedere, con mio fratello, ci siamo accorti che la bomba non era esplosa, non si sa come. Aveva risparmiato quei quattro mobili che conserviamo ancora. Li abbiamo restaurati. Era una casetta bianca, con due camere da letto al piano di sopra e sotto una bettola dove la gente veniva a farsi un bicchiere di vino, la sera. Andavamo con papà a prenderlo a Castelfranco, quel vinello rosso. Erano cose semplici che quelle bombe, quella mattina, hanno spazzato via. Ce ne siamo andati a Porta Conca. A scuola il mio compagno di banco era Dino Morsani. Proprio quello che ha fatto il monumento di piazza Migliorini, con i corpi che volano via. Dino era un ragazzino ma già si capiva che aveva questo dono prezioso. Era come se le sue mani avessero altri due occhi per vedere meglio le cose. Sapeva copiare la realtà e la sapeva inventare. Quando passo davanti al monumento rivivo quel giorno, che poi è stato pure il giorno dello sbarco in Normandia. Era un giorno che doveva cambiare il verso di quella guerra. Ma soprattutto ripenso ai nostri giochi, alle biglie, alle figurine, a quegli giorni che hanno messo sottosopra la nostra città, il nostro quartiere, le nostre vite. Io ve li posso raccontare nei minimi particolari e per questo mi sento fortunato, pure se mi hanno segnato. Mi è rimasta la paura degli spazi chiusi. Sarà per questo che per mestiere mi sono scelto l’autotrasportatore. Ho consegnato formaggi per una vita. Mi chiamavano Mozzarella. È una cosa che ho fatto anche durante la leva, portare i mezzi militari. Oggi a 90 anni non ho più mia moglie, ma ho una bella famiglia. Ho pure una nipote che ha studiato all’estero e a Londra ha conosciuto un ragazzo tedesco. Andranno a vivere insieme. Un’italiana e un tedesco. Se penso che eravamo nemici ai tempi di quelle bombe, quella mattina. Giovani soldati, donne che non c’entravano niente, come avrebbe potuto essere mia madre, se non avesse dato retta al mio papà. Mi fermo a guardare quella placca macchiata dal tempo. Una placca di ottone con tutti quei nomi. Quarantadue nomi. I nostri nomi, i loro nomi: Bernardino, Otto, Riccardo, Karl, Raffaele, Helmut, Sabino, Walter, Primo, Ernst, Lucia, Karl, Amerigo, Gunter, Agnese, Herbert, Livia, Fritz, Alessandro, Konrad, il piccolo Napoleone, Ernst, Maria, Robert, Anna, Max, Lucia, Michael, Maria, Anton. E poi, ancora Maria, Lisa, Ippolito, Dario, Giuseppe, Linda, Sestilia, Nazzareno, Bruno, Emidio, Filippo, Luigi.

Foto: RietiLife ©

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