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La lezione del carabiniere reatino Davide Colangeli: “Ora la mafia cerca affiliati nelle università”

Una vera lezione di impegno civile e di contrasto alla criminalità organizzata. Con un ricordo del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa (“È il nostro faro”) e di tutte le figure che hanno perso la vita per arginare le mafie. Il reatino capitano dei Carabinieri Davide Colangeli (leggi la sua biografia) è stato premiato a Bagno a Ripoli (Firenze) come “Sbirro 2018” in occasione del XXV Vertice Antimafia organizzato dalla Fondazione Antonino Caponnetto, in collaborazione con Osservatorio Mediterraneo sulla Criminalità organizzata e la mafia, Ordine dei Giornalisti della Toscana e Fal Italia Euromedia. Il 30enne di Borgo Velino comandante della compagnia dei Carabinieri di Castelvetrano (Trapani) ha stregato la platea con il racconto delle esperienze maturate sul campo nella sua attività investigativa nelle zone calde della Calabria e della Sicilia.

CAMBIA LA MAFIA – Partendo dal titolo dell’incontro “Un morto ogni tanto, i luoghi comuni sulla mafia” Colangeli ha fornito gli strumenti per capire quanto i fenomeni mafiosi stiano mutando pelle: “Oggi le mafie hanno la capacità di non fossilizzarsi su azioni criminali di alto impatto o alta visibilità, ma di essere liquide, cioè di accedere a tutte le camere di compensazione del potere. In una recente intercettazione ambientale un indiziato di appartenere a Cosa Nostra ha detto all’altro… ‘Io cerco di reclutare i nuovi affiliati nelle migliori università del mondo, tu cerchi ancora in mezzo alla strada quelli che fanno bam bam. Io cerco quelli che fanno pin pin, cioè che cliccano e movimentano’. C’è la necessità che la mafia uccida o spari per riconoscerne la pericolosità?”

STRUMENTI EDUCATIVI – Una rivoluzione culturale. Questa l’idea di Colangeli per contrastare le organizzazioni mafiose. “Per riuscire davvero a raggiungere risultati è fondamentale dotarci di strumenti sociali ed educativi. In alcune realtà difficili la scelta più semplice è la scelta più allettante, cioè essere arruolati nell’organizzazione criminale del posto. Per raggiungere questo nostro sogno bisogna manifestare un senso di responsabilità a ogni livello: genitori, insegnanti, professionisti, politici, giornalisti, forze dell’ordine, magistratura e dirò di più… anche i mafiosi dovrebbero farlo, facendo un’ammissione di responsabilità affrontando un processo e difendendosi nel contraddittorio, non nascondendosi. Solo così potremo raggiungere il nostro sogno, guardare negli occhi i giovani e poter dire di aver fornito le fondamenta per costruire il loro futuro”.

Foto: RietiLife ©

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