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L’editoriale di Format – “Perdonami se torno alla tua morte”

Pubblichiamo l’editoriale di Format di marzo.

“La Morte, dovunque e comunque accada, è il momento supremo della solitudine”, scriveva Ajmone Milli citando Nascimbeni, “non un momento di rottura ma un cambio di destinazione di se stessi”. “Sì, esiste un momento, un tempuscolo, un atomo di tempo in cui la luce della vita scatta in un’altra luce fatta di oscuri sprazzi, di luminosità opache, di buio lucente e uno avverte di liquefarsi per traslitterare esistenzialmente in una nuova aggregazione di pulviscolo atomico che rimanda scontornati riflessi di una indefinibile traslucida luce”.

“E’ forse questo il colore della morte”, scriveva Ajmone nel 1992, chiudendo il primo dei Quaderni di Storia della Città, quello sul cimitero reatino che gli commissionarono il sindaco Lamberto Tabellini e l’assessore Renato Cruciani. E noi questa “traslucida luce” speriamo per lui, ora che ha smesso di camminare su e giù per una città che amava ma che più non riconosceva. E che quasi non conosceva lui.

Succede ai sazi di anni, ed è successo anche a lui. Sembrava impossibile, pensando ai decenni vissuti da Ajmone sempre in prima linea: comunista, giornalista, viveur, polemista. E grande raccontatore di storie, assai più resistenti, e accattivanti della cronaca. Per questo chi ha i suoi libri – “Ribalta e vicoli”, “Forse un inverno forse un amore”, e poi i ritratti del sindaco Matteucci come del podestà Marcucci – li conservi con cura. E chi non li ha magari li cerchi in biblioteca e gli dia uno sguardo. Solo il suo stile personalissimo e i suoi fulminanti aneddoti valgono la lettura, in tempi mediocri di copia e incolla come questi. Varrebbe la pena rileggere oggi anche certi suoi pezzi sulla politica sempre meno militanza e sempre più gettone di presenza, frutto di un giornalismo a sua volta militante, che non si accontentava di raccontare ma puniva ed esaltava, suggeriva e orientava. Mai però per convenienza personale, o per conto di qualcun altro. Ajmone non ci ha mai guadagnato, con questo mestiere, semmai ci ha rimesso, altra rarità assoluta in questo nostro piccolo mondo.

Poi anche per lui è cominciato il declino, il congedo dalla cronaca battente, l’essere sempre più fuori posto in redazione come in Comune, che per decenni sono state sue seconde case, fossero in un palazzo della Curia vescovile o nello stanzino cieco di una redazione. Ma che brivido quando seduti davanti a “Gengarelli” mi disse che no, non invidiava i nostri anni ancora verdi: “Noi abbiamo vissuto di certezze, a voi vi tocca vivere di speranze. Perciò penso che abbiate più bisogno voi di auguri che non io”.

Senza Ajmone Rieti perde memoria senza guadagnarci in visione, meno passato ma non necessariamente un futuro migliore. Ora la dimensione è quella del tempo reale, l’informazione è quella compulsiva dei social, h 24, sempre connessi. I flash scambiati per storie, i like come voti, i lettori come tifosi. E’ la nostra sfida quotidiana di cronisti, non più militanti come lo è stato Ajmone, ma solo malati di una febbre che non passa: quella di cercare, capire, chiedere, scavare. In due parole: sapere per raccontare. Ajmone ha saputo e raccontato molto. E finché c’è qualcuno che legge la storia continua (di Alessandra Lancia) Foto (archivio) RietiLife ©

 

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