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ANITA, LA REATINA A CACCIA DELL’AURORA BOREALE IN NORVEGIA

(da Repubblica, Paolo G.Brera) «Ecco, questo è il posto giusto», dice Anita, la cacciatrice di aurore boreali. Bloccato il fuoristrada nel nulla surgelato, sparisce nel buio di una baia da poesia. Cento metri a piedi affondando nella neve fresca verso le rive del fiordo, ed eccola là accanto al led rosso della macchina fotografica. Naso all’ insù, aspetta alla posta come si fa con le beccacce sulle marcite del Po. Spiana treppiedi e obiettivo, poi si sdraia sulla neve infagottata in una tuta polare. Immobile, implora il cielo di farlo di nuovo. Sono almeno una decina i giovani cacciatori italiani di aurore boreali sguinzagliati ogni notte intorno a Tromsø, alta Norvegia, 350 chilometri a nord del Circolo polare. Fiutano il buio assoluto come segugi, poi attendono per ore sospesi nella lunga notte diaccia e silenziosa dell’ Artico. Le rincorrono in grosse auto dalle ruote chiodate, costeggiando i fiordi e attraversando la tundra innevata. Percorrono decine, «spesso centinaia di chilometri» per esaudire il sogno dei turisti in arrivo da tutto il mondo: urlare di stupore e meraviglia per quella incredibile danza di luci colorate che illumina la notte all’ improvviso, una magia che affascina il genere umano da millenni. Dev’ essere un destino, dopotutto: se la prima vita umana a vederle e a scriverne fu, 2.600 anni prima di Cristo, Fu-Pao, mamma dell’ Imperatore giallo Hsuanyuan, il nome a quell’ incredibile fenomeno che sconvolgeva i cieli di colore e luce glielo diede un italiano, Galileo Galilei, nel 1619: «Aurora borealis», l’ alba del Nord. Ne fraintese un po’ l’ origine, supponendola un gioco di riflessi della luce solare, ma mica poi troppo: è proprio dal sole che il fenomeno nasce. Sono fotoni impazziti al contatto con il campo magnetico terrestre, figli dell’ incontro tra il vento solare e la magnetosfera. Termometro a meno dieci, mani intirizzite per manovrare otturatori e inquadrature, adesso sono proprio gli italiani come Sara Lupini o Francesco Galbiati – che ha addirittura fondato una compagnia di cercatori d’ aurora, la NorthernShots Tours – a guidare in prima fila la caccia alle “Northern lights”, come le chiamano oggi i popoli del Nord. «Abbiamo a che fare con i sogni di persone che hanno fatto migliaia di chilometri per vederle, e ci implorano di garantirgli che gliele troveremo», dice Alessandro Belleli, antropologo artico laureato in Groenlandia e da qualche anno cacciatore di aurore a Tromsø, dove sta terminando il secondo master. «Fino a pochi anni fa – racconta Simone Tomassini, 33enne organizzatore di cacce per Arctic guide service – non c’ era nessuno che organizzava espressamente questi tour, e i turisti il più delle volte tornavano a mani vuote». Le condizioni fondamentali per vederle sono tre: l’ oscurità, cosa che implica allontanarsi dalla città, dai villaggi e dalle case sparse, su strade difficili e in piena notte; l’ attività solare intensa che potrebbe generarle, e che viene misurata; e infine il cielo perfettamente limpido. «La fortuna di Tromsø è che possiamo scegliere molte aree climaticamente molto differenti per trovare il luogo giusto, dalla costa oceanica alle montagne delle Lyngen Alps verso la Finlandia», dice Simone. «Non glielo puoi distruggere, quel sogno – dice Anita Fabellini, 34 anni, arrivata sei mesi fa dalla provincia di Rieti ed entusiasta della sua nuova vita in alta Norvegia, dove il sole sparisce per mesi d’ inverno e poi ti tortura l’ intero giorno d’ estate – ma non puoi mai avere certezze: Arriverà? Sarà intensa? Non verrà nascosta da nuvole impreviste?». Ma quando il cielo gioca con la tavolozza dei colori e le luci s’ attorcigliano e si rincorrono… «Corona! Eccola, questo è il massimo, che fortuna», dice Anita sdraiata sulla neve puntando dito e obiettivo a un’ incredibile corona di luce verdastra che fiammeggia. Sembra disegnata da Disney. Nella baia, per ore, solo lo sbuffo di una famiglia di balene vicine alla riva. «La mia aurora più bella? Il 23 dicembre – dice Alessandro – la montagna è diventata fucsia, con riflessi verdi alla base. Ero con un gruppo di turisti italiani, urlavano come bambini». Foto. RietiLife – web ©

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